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sabato 10 dicembre 2011

Programmatori, musicisti, grafici, designer, scrittori...Global Game Jam 2012 sta arrivando!

Global Game Jam: programmatori, Grafici, Designer, Musicisti e tanta bella gente di nuovo insieme per creare videogames made in Italy. Obiettivi: sviluppare un videogioco in 48 ore, conoscersi, divertirsi e imparare. Zero sfide, solo passione! Né vincitori, né vinti. 
Si terrà a Catania dal 27 al 29 gennaio 2012 presso la Vecchia Dogana.



La Global Game Jam (http://globalgamejam.org) è un evento straordinario che avviene contemporaneamente in tutto il mondo. Avviata nel 2008 dall'IGDA, la manifestazione consentirà a migliaia di sviluppatori (programmatori, musicisti, grafici, designer, scrittori) di ritrovarsi nelle sedi accreditate per una no-stop di 48 ore in cui i partecipanti potranno dare il meglio di loro stessi per sviluppare un videogioco. La partecipazione all'evento è totalmente libera e gratuita. L'unico fine del Global game Jam consiste nel diffondere la cultura Indie nel mondo, far conoscere gli sviluppatori videoludici al grande pubblico ed infine a far conoscere gli sviluppatori fra di loro.


 

Dopo il grandissimo successo della scorsa edizione (oltre 100 partecipanti e centinaia di visitatori), stiamo riproponendo Catania per il terzo anno come il maggiore polo di sviluppo videoludico indipendente nel Mediterraneo. La manifestazione consentirà agli sviluppatori indipendenti e non del Centro-Sud Italia di riunirsi per una no-stop di 48 ore con uno scopo ben preciso: sviluppare un videogioco. Aumenteremo la portata dell'evento arricchendolo di attività collaterali quali workshop e seminari interattivi, coinvolgendo le più importanti aziende del settore. L’evento sarà aperto al pubblico che potrà visitare gli stand delle aziende espositrici e cimentarsi in una serie di avvincenti tornei videoludici tematici e di attività collaterali.
saremo presenti anche noi di F3!!! A presto.

giovedì 1 dicembre 2011

AKA: Jennifer Jones sarà ambientata nel mondo Marvel

Scambiata inizialmente per il reboot di Alias, la serie basata su un personaggio minore del mondo Marvel sta facendo passi avanti verso l'uscita televisiva sulla ABC. E sarà fedele al mondo in cui è ambientato il fumetto.

Il nome di Melissa Rosenberg negli ultimi anni è stato legato a un solo titolo, la saga cinematografica di Twilight. Ma prima che qualcuno prenda i forconi e accenda le torce, la stessa Rosenberg è stata la lavoro per anni come sceneggiatrice della serie di culto Dexter e ancora più indietro, per la sfortunata serie Birds of Prey, dove si raccontava di una Gotham senza Batman e difesa da un gruppo di supereroine.

Considerando questo background, diventa più facile capire come mai la ABC, l'emittente di proprietà della Disney che a sua volta è proprietaria della Marvel, le abbia assegnato il compito di gettare le basi del telefilm AKA: Jennifer Jones basato sul fumetto Alias di Brian Michael Bendiss, in cui si racconta di una ex supereroina diventata investigatrice, che si muove all'interno dell'universo Marvel.

Ed è la stessa Rosenberg a raccontare lo stato dei lavori. "La serie è realtà, stiamo solo aspettando la luce verde per girare il pilot," dice per spiegare a quale punto si trovano nella produzione. E aggiunge: "Quando l'ho scritto ci trovavamo nel mezzo delle stagioni in corso, per cui dobbiamo aspettare il prossimo anno per far partire i lavori".

Nel fumetto, la supereroina chiamata Jewel, dietro la quale si nasconde Jennifer Jones (da cui il titolo AKA, cioè meglio nota come), decide di abbandonare maschera e costume per lasciare le luci della ribalta, dopo un brutto scontro avvenuto nell'esercizio delle sue funzioni supereroistiche.
La sceneggiatrice ha confermato che nel telefilm saranno parte integrante personaggi come Luke Cage e Carol Danvers/Mrs Marvel e che, per quanto possibile, non mancheranno i riferimenti ad altri personaggi Marvel: "È una navigazione in acque pericolose: non puoi citare un certo personaggio perché la Fox ne detiene i diritti, mentre la Universal possiede i diritti di un altro. Ci sono un sacco di confini riguardo a cosa puoi o non puoi fare. Sicuramente potremo usare altri personaggi minori, oppure prendere personaggi famosi e dare loro un altro nome".

Non mancheranno i riferimenti al team dei Vendicatori, al punto che "Tony Stark e le Star Industries fanno parte del pilot. Saremo parte integrante di quell'universo e inserirò quanti più personaggi mi sarà possibile usare".

Conferma anche che il personaggio di Jennifer Jones sarà fedele a quello del fumetto: "Assolutamente. Jennifer è un ex super eroina affetta da sindrome da stress post traumatico, è divisa tra i danni del passato e la volontà di dare il suo contributo al mondo". Quello che ama del personaggio è "lei è incredibilmente danneggiata, cupa, complessa e pronta a combattere senza sosta".

La scelta di usare Luke Cage nella serie non è casuale: nel fumetto i due personaggi sono sposati e hanno una figlia, Danielle. Quanto alla possibilità di inserire anche la bambina, dice "questo potrebbe accadere più avanti nella storia. Quando dai un bambino al tuo supereroe le cose si complicano. Lo abbiamo fatto con Dexter e, per quanto difficile, ci ha donato anche tutta una nuova dimensione narrativa".

Mentre AKA: Jennifer Jones si appresta ad approdare in tv, la ABC sta anche lavorando ad altri due titoli da portare sul piccolo schermo: L'incredibile Hulk prodotto da Guillermo Del Toro, Cloak &  Dagger e Il punitore, che però dovrebbe andare in onda sulla Fox.

A presto con i prossimi supereroi del mondo ABC.


  Autore: Leo Lorusso

lunedì 28 novembre 2011

Dai realisti agli scarabocchiari


 di Antonino Rocca

Quando si vuole analizzare  e “sistemare” un fenomeno lungo e complesso (come quello delle arti figurative, ad esempio) si comincia col mettere insieme entro categorie, generi, stili tutti quei personaggi le azioni, i fatti che si ritiene abbiano elementi comuni, e si cominciano ad appiccicare etichette (e spuntano i manieristi, gli impressionisti, i cubisti, i realisti, gli astratti….). La fase successiva consiste nell’entrare in ognuna delle dette categorie e analizzare, distinguere lo stile individuale di ogni singolo artista, per chiarire quali “cose” davvero  li accomunano e quali li distinguono. Per scoprire, ad esempio, che all’interno dell’impressionismo ci sono tanti impressionismi diversi quanti sono le caratteristiche stilistiche proprie di ogni singolo artista.
Fine del pistolotto didattico e inizio di una impresa temeraria che in maniera del tutto arbitraria citerà soltanto alcuni autori e alcune opere per tentare di evidenziare alcuni aspetti sul “modo” di fare e fruire il fumetto. di Antonino Rocca

Nel fumetto “realismi” ce ne sono tanti. Sono realisti i disegnatori dei Supereroi americani da Alex Ross a Joe Jusko a Terry Todson, Ed Benes, Greg Land, Gary Frank, MikeMayhew ,  sono realisti Vicente Segrelles col suo “El Mercenario”, John Bolton, Moebius, Dino Battaglia, Milo Manara, Vittorio Giardino…., sono tutti padroni delle tecniche accademiche della prospettiva e della scrittura anatomica delle figure ma ognuno disegna in modo diverso dall’altro. Non solo, ma a furia d’essere realisti si può diventare metafisici come accade, ad esempio a Moebius e, in qualche misura, anche al nostro Vittorio Giardino che ambienta i suoi nitidi personaggi in uno spazio cosi preciso lucido e fermo, così perspicuamente disegnato  da  sembrare “irreale”.
Stesse ragioni valgono ovviamente per i “non realisti” e le innumerevoli deviazioni dal realismo accademico, fino agli espressionismi più esasperati, fino alla distruzione della figura , fino alle soglie dell’astrattismo (per intenderci quelle stile Mattotti e i suoi “Fuochi”).

Qui vorremmo fare qualche considerazione sulla precarietà di una fra le tante suddivisione per generi , quella fatta per categorie di fruitori, una sorta di minicatalogazione provvisoria, giusto il tempo di proporla per esporla  alla contestazione e provocare un minimo di riflessione.

Si potrebbe dare per scontato, ad esempio, che debba essere realista il fumetto destinato ai bambini, ma stante l’ambiguità del termine, l’asserzione diventa valida solo se si precisa che la realtà che i bambini esperimentano è fatta di pupazzetti e di giocattoli, allora anche i personaggi dei loro fumetti saranno pupazzetti e giocattoli. Come sono Yellow Kid, Fortunelo, Bibì e Bibò e gli eroi del “Corriere dei piccoli”, Topolino & C. I puffi e compagnia bella. Ma il campo si complica se pensiamo che molti dei cosiddetti fumetti per l’infanzia  sono stati in molti sensi “adulti” per invenzione fantastica, raffinatezza stilistica, innovazione del linguaggio, basti pensare al Little Nemo di Mac Chey, straordinaria invenzione in stile liberty, al futuristico signor Bonaventura di Sergio Tofano, al surreale Krazy Kat di Herriman, alla rivoluzionaria Pimpa di Altan. Non solo, ma uno stile pupazzettato, molto semplificato pseudo-infantile (ma sottilmente raffinato) lo troviamo anche nei fumetti (più o meno) per adulti da Betty Boop di Max Fleischer fino ai Peanuts di Schulz e ancora, in quei fumetti in cui il segno molto sintetico caratterizza fortemente (a volte al limite del caricaturale) personaggi come il Dick Tracy di Chester Gould o certe primissime versioni dei supereroi.
Un fumetto realistico, di facile lettura, ben a ragione potrebbe poi corrispondere (ma qui il terreno si fa assai scivoloso) ad un pubblico “popolare” o di massa (complichiamoci la vita : di cultura medio-bassa ). Meriti speciali nella categoria del banale si è guadagnato quella parte della fumetteria americana “sparatutto”, che non fa che proporre a getto continuo nuovi, sempre più improbabili  supereroi elaborati al computer, tutti fulgidi nelle loro tute aderentissime e corazze luccicanti di bit e impegnati in terribilissime zuffe, contro mostri giganteschi che sprizzano saette di acciaio inox per tutto l’universo, in una tempesta di proiettili, cazzotti e colpi d’ascia dai quali ci si può difendere solo voltando pagina. Dietro tanto spreco di energie, di chine, matite e computer: il racconto del nulla. Al confronto, possono  recuperare un minimo di plausibilità le novelle illustrate e i fotoromanzi di qualche tempo fa e pretendere visibilità financo i fumetti “vietati a i minori”, semipornografici sia per gli argomenti che per la cura del disegno. Chè poi quel modestissimo fumetto pulp è stato pur sempre terreno di iniziali esperienze di fumettisti (Magnus per tutti) rivelatisi in seguito artisti di grosso calibro e che tanto materiale “volgare” ha interessato settori della ricerca sociale e di costume nonché esponenti delle arti figurative e del cinema (basti pensare alle manipolazioni pulp dei film di Tarantino). E infine, lo stesso fumetto si è divertito a parodiare se stesso reinventando nuove versioni dei più popolari e consumati supereroi.

Ma il disegno realistico ovviamente ha conquistato anche livelli assai alti e si è impegnato in  innumerevoli variazioni sul tema, raccogliendo firme prestigiose di fumettisti iper-realisti, foto-realisti, digital-realisti che pretendono fruitori piuttosto raffinati per coglierne gli aspetti nuovi , virtuosistici, a volte enigmatici, surreali, come accade per il citato Moebius”, Druillet, Bilal…., ma l’elenco potrebbe essere lunghissimo
Per non dire delle interessanti metamorfosi che avvengono all’interno dello stile di uno stesso autore (si pensi all’inglese John Bolton da “Marada la lupa” a “Il San Valentino di Arlecchino”) o nella storia di uno stesso personaggio (Vampirella, per esempio, che parte dalla sexy-bambolina di Frank Frazzetta per passare alla vamp iperrealista di Mike Maryhek fino ad arrivare alla pin-up parigina di Bruce Timm ).
Ugualmente ad un pubblico adulto, più colto aggiornato e specializzato si può riferire poi un tipo di fumetto più lontano dalla narrazione realistica  a vantaggio di un disegno più sperimentale, spesso influenzato dalle correnti della pittura contemporanea o dai media più nuovi. Solo qualche nome : (accanto ai citati Moebius, Druillet e Bilal)  l’americano Frank Miller e i nostri vecchi: Dino Battaglia, Sergio Toppi, Guido Crepax, Lorenzo Mattotti….Ma una della più violente reazioni al fumetto realista è stata verosimilmente quella portata dal fumetto americano undergraund” e dal suo più noto rappresentante: Robert Crumb; uno di quelli nati sotto il segno del Vietnam, testimoni del crollo del sogno americano, spinto a gridare forte fino alla sguaiataggine la sua verità. Nel mondo delle arti americano ci sono sempre stati artisti che hanno scelto di rappresentare la faccia nascosta dell’america, il suo specchio nero, specialmente nei momenti di maggiore coinvolgimento e sconvolgimento sociale e in cui più forte si fa per il potere costituito la necessità di eludere la tragedia delle cose dietro la facciata delle grandi missioni, dei grandi sacrifici (delle guerre sante) per salvare l’America e l’Umanità. All’epoca del Vietnam, nel campo del fumetto, il più famoso bastian contrario è stato appunto Robert Crumb.Agli antipodi della splendida Wonder Women di Alex Ross,  Crumb propone la sua “abominevole donna delle nevi”. I temi e i disegni di  Crumb e dei suoi compagni di strada, sono tutti sesso droga e violenza, il segno è grasso, grosso, deforme, eccessivo, ed è sconveniente, scorretto, volgare, sbracato, paradossale. Un segno che torna in altri tempi e spazi nell’arte di quegli artisti che devono fare i conti con i mille vietnam individuali o collettivi che continuamente si ripresentano ( come accade per il nostro Andrea Pazienza quando è veramente arrabbiato). In altri climi e toni, più epici e universali, emerge il tragico “Maus” di Spiegelman e, da li a poco, “V per Vendetta” di Alan Moore e David Lloyd che richiama per certi toni drammatici e visionari il capolavoro argentino “El eternauta” di Oesterheld e Solano Lopez; tutti impegnati a raccontare alludere o prefigurare una condizione sociale tragica, resa con estrema efficacia da un disegno “nero”, kafkiano; esito straordinario d’una perfetta coerenza fra disegno e racconto, fra sceneggiatori e fumettisti.
E infine ci sono i fumetti “scarabocchiati”, dallo stesso Mattotti nelle sue “Stigmate” per esempio, da Gepi, da Antonio Bruno…. etcetera. Un fumetto che può rientrare nel calderone dell’espressionismo, ma che si caratterizza per una accentuata “sprezzatura” un segno che appare approssimativo, trascurato, buttato giù senza criterio, spesso con violenza, pieno di macchie e cancellature. Eppure nella maggior parte dei casi costituisce il miglior esempio, di reciproco rafforzamento fra disegno e parola, dove  l’asprezza nuda e cruda del segno (che però spesso non riesce ad eludere una sottile raffinatezza di fondo, una costruzione della scena sostanzialmente “classica”) è la più adatta alla stringata durezza del parlato, e insieme riescono a trasmettere un messaggio emotivo di grande efficacia.
Perché, certamente, è questo quello che conta: “comunicare”, ma a noi interessa anche il”come”.
E per il momento qui ci fermiamo.

stop

domenica 13 novembre 2011

I 16 film più assurdi di Syfy

Ecco arrivare una classifica dei più incredibili b-movie prodotti e mandati in onda dall'emittente Syfy, dove compaiono gioielli come Piranhaconda.

L'ultimo capolavoro di Syfy: Rage of The Yeti ingrandisci
Il volto dell'emittente Syfy può essere cambiato in quest'ultimo periodo, ma una cosa è rimasta inalterata: gli originals del week end ovvero i film prodotti dalla stessa emittente e che talvolta brillano per geniale incoerenza, come l'imminente Rage of the Yeti.

Per l'occasione ecco che Entertainment weekly ha stilato una classifica dei 16 film più folli mandati in onda su Syfy. Godiamoceli tutti partendo dall'ultimo.


16° posto: Mega Piranha
Pescetti assassini molto ma molto grandi (come potete vedere) decidono di farsi una gita dall'amazzonia alla Florida.


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15° posto: Bats: Human Harvest
Capitolo 2 di una serie iniziata con l'ampiamente ridicolo Bats, qui vede una squadra di marines dare la caccia a un terrorista che si è nascosto in un labirinto di caverne in Afghanistan. Ma devono fare i conti con i suoi pipistrelli mutanti addestrati a uccidere.


14° posto: Chupacabra: Dark Seas
un criptozoologo (studioso di esseri mitologici) riesce a catturare un chupacabra e pensa sia una buon idea imbarcarlo di nascosto su una nave da crociera. No, non è una buona idea.



13° posto: Man-Thing
Uno sceriffo indaga sulla scomparsa di un pezzo grosso delle industrie petrolifere nelle paludi in cui voleva effettuare delle trivellazioni. Ma il posto è difeso dalla mitologica creatura dei Seminole uomo-cosa, il cui tocco può bruciare le persone che hanno paura.


12° posto: The Bone Eater
Un'altra leggenda indiana prende vita: uno speculatore vuole costruire un resort sopra un cimitero indiano (che fin da Pet semetary è una pessima idea), i suoi uomini trovano degli antichi artefatti indiani e fanno tornare in vita il gigantesco mostro scheletrico conosciuto come mangiatore di ossa. indovinate cosa succede dopo.

11° posto: CarnyUna creature demoniaca scappa da un circo e porta morte e distruzione nel classico paesino americano. tocca a Lou Diamond Phillips (che peraltro era presente anche nel primo Bats), fermare la minaccia.


10° posto: Dinocroc (sarà il seguito di "Dinocric"?)Uno scienziato scopre i resti di un antenato dei coccodrilli e gli viene la brillante idea di clonarlo per scopi scientifici. Ovviamente il dinococcodrillo scappa, cresce di dimensioni (del resto è un dinosauro) e va in giro a fare danni. Ha avuto anche un seguito: Dinocroc vs supergator.

9° posto: Ice Spiders
Un gruppo di giovani sciatori arriva in un resort isolato nelle montagne, chiamato Lost Mountain Sky Resort, dove dovrebbero prepararsi per le olimpiadi. Ma nelle vicinanze c'è un laboratorio di ricerca segreto, da cui scappa l'ultimo prototipo: giganteschi ragni mutanti e, manco a dirlo, assassini.

8° posto: Monster Ark
Noè aveva creato due arche e sulla seconda aveva stipato tutte le mostruosità dell'epoca. Solo il suo sacro bastone potrà fermarle quando si scateneranno sugli sfortunati protagonisti


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7° posto: Jersey Shore Shark Attack
Avete presente il reality di purtroppo enorme successo Jersey Shore? ecco, in questo film previsto per l'anno prossimo, uno o più squali affamati, arriva a pranzare con i più buzzurri tra gli abitanti dello stato attiguo a quello di New York. Sarà difficile non fare il tifo per gli squali.

6° posto: Kaw
Nel suo ultimo giorno di lavoro, lo sceriffo Wayne vede il suo paesino attaccato da uno stormo di corvi… assassini. sua moglie scoprirà che il mistero si nasconde nella fattoria di una famiglia mennonita.

5° posto: Mongolian Death Worm
Un'altra compagnia petrolifera (o forse sempre la stessa, chi può dirlo) effettua delle trivellazioni nel deserto mongolo e sveglia un nido di giganteschi vermi della morte, che proteggono una tomba leggendaria.

4° posto: Never Cry Werewolf
in realtà questa non è una produzione originale, ma una acquisto dell'emittente: la giovane Loren (Nina Dobrev, Vampire Diaries), non crede molto all'apparente gentilezza del nuovo vicino e mentre i cadaveri aumentano, comincia a sospettare che in realtà si tratti di un licantropo.

3° posto: Mansquito
Uno scienziato sperimenta un nuovo farmaco su un pluriomicida che viene usato per testare i muovi prodotti. il criminale subisce una metamorfosi simile al film La mosca, scappa e fa danni. ma anche qualcun altro sta per avere una mutazione...

2° posto: Piranhaconda
film previsto per l'anno prossimo che vede tra i protagonisti nientemeno che Michael Madsen, che dovrà scontrarsi contro un mostro 1) gigantesco 2) mezzo serpente e mezzo piranha.

1° posto: Sharktopus
Ed eccolo qui il gioiello delle corona, il film più demenziale di Syfy, che vede come produttore il leggendario Roger Corman e come protagonista Eric Roberts, nei panni di uno scienziato che crea l'arma perfetta per l'esercito: lo squalopiovra. peccato che non sia posssibile controllarlo.

Voi avete visto qualcuno di questi capolavori?

giovedì 10 novembre 2011

Tor.com presenta nuovi fumetti fantasy e di fantascienza.

Un interessante sito che propone web comics di genere fantasy e fantascientifico di qualità, interamente rilasciati con licenza Creative Commons, e totalmente gestiti dai propri autori.

Da una partnership tra la Macmillan, editrice dei fumetti First Second Books, e Tor Books, editore di sci-fi e fantasy, nasce il sito Tor.Com.

Il sito propone opere di artisti di alto livello come Andi Watson, Sean Bieri, e Dan Goldman, autore e disegnatore di Shooting War, nonché di un fumetto fanta-satirico con protagonista Barack Obama, intitolato Yes We Will, apparso sul sito il giorno precedente la cerimonia d'insediamento del presidente.

Il nuovo progetto è l'espansione nel mondo del fumetto di una delle migliori idee dell'editore: pubblicare esclusivamente online storie di fantascienza e fantasy, per consentire agli ideatori di accedere a un mercato più vasto, senza sostenere i costi di pubblicazione e distribuzione. Con l'allargamento dalla narrativa al fumetto, Tor ha pescato sia nuovi talenti, come Elizabeth Genco, autrice di una striscia sugli Dei greci di target adolescenziale, sia webcomics già affermati. Il sito infatti pubblica la striscia “A Softer World”, di Emily Horne e Joey Comeau, che con il passaggio a Tor.Com è più fantascientifica di quanto non fosse prima.

Il sito inoltre presenta storie di Jim Ottaviani, autore di fumetti scientifici che raccontano le biografie di importanti scienziati  (Two-Fisted Science: Stories About Scientists), disegnati da Sean Biri (Better Zombies through Physics 01), e 12 Days Of Zombies, dello stesso Biri.
Tra le proposte del sito, anche il nuovo fumetto dell'illustratrice Wesley Allsbrook, che narra la storia di tre gemelle, nane primordiali, piccole ma proporzionate, che lavorano a uno spettacolo di varietà. Di sera vivono come tre entità separate, ma durante il giorno si fondono in un’unica donna. L'inclinazione della Allsbrook per il surrealismo è nettamente visibile nel suo lavoro di illustratrice, visibile sul suo sito, e meno evidente nei suoi fumetti pubblicati su Tor.com.
The Leviathan, è una bella e imponente storia che è stata selezionate per l'annuale esibizione dell'Associazione degli Illustratori, e verrà pubblicata anche in volume cartaceo. E' possibile leggerla a questo link.

Il redattore capo di Tor.Com, Pablo Defendini, ha dichiarato che il sito manterrà le sue pubblicazioni esclusivamente online per molto tempo ancora. Non ci sono ancora piani concreti per una pubblicazione cartacea. Ogni tanto lo staff del sito ne discute; forse qualcosa si potrà concretizzare alla fine di quest'anno.
Pur tuttavia Defendini ribadisce che non è affatto ansioso di realizzare la versione cartacea del sito, come fa al momento il sito MySpace Dark Horse Presents, che altro non è che un outlet online per le pubblicazioni cartacee della casa editrice.
Defendini ha poi illustrato i progetti futuri del sito: la trasposizione in romanzo grafico del romanzo di Jeff Vandermeer, The Situation, con i disegni di Erich Orchard;  One Page Wonders di Robbi Behr e Matthew Swanson, storia pubblicata online, ma stampabile, con due vignette che, a seconda della loro disposizione, raccontano storie diverse
Il livello qualitativo delle proposte Tor.Comics testimonia il generale incremento qualitativo dei web comics, favorito anche dalla tendenza degli autori a cercare di rimanere proprietari delle opere del loro ingegno, oltre che a volere espandere il mercato oltre i canali tradizionali.
Tor.Com, conclude Defendini, è la fusione di due diverse scuole di pensiero, quella dei tradizionali editori e quella della licenza creative commons, ispirata alle tesi dell'autore di fantascienza Cory Doctorow, che di questa licenza è uno dei fautori.

venerdì 28 ottobre 2011

Gli autori di Fumetti al cubo!

Ciao a tutti.

Dalle mani e la mente della nostra carissima Laura Grasso, grafica e cratrice dei bellissimi oggetti che trovate qui (lgcbijouxandmore), di seguito vedrete realizzate delle mini schede di tutti gli autori di F3. Così adesso sapete come siamo fatti e saprete con chi prendervela se ci doveste incontrare in fila alla posta o dal salumiere.









mercoledì 26 ottobre 2011

CHARLES HOY FORT FRA SCIENZA E PARANORMALE MA CON UMORISMO

  Di Stefano Panizza  
Questo ricercatore americano (1874-1932) fu persona di grande saggezza e spirito, un autentico pungolo per la scienza ortodossa, che scrisse libri affascinanti dalla lettura imprescindibile per chi è attratto dal misterioso e dall’insolito. Visse a New York, non uscendo mai da casa se non per recarsi alla Biblioteca Municipale dove consultò una grande quantità di giornali, riviste e annali di tutti gli Stati  e di tutte le epoche. Fino a trentaquattro anni, figlio di droghieri, aveva vivacchiato grazie ad un mediocre talento di giornalista ed una certa abilità di imbalsamare le farfalle. Morti i genitori e venduta la libreria, si era assicurato piccole rendite che gli permisero finalmente di abbandonarsi esclusivamente alla sua passione: accumulare appunti su fatti inverosimili e tuttavia accertati. Accumulò venticinquemila annotazioni ordinate in scatole di cartone. Si trattava di fatti che appena menzionati erano ricaduti nella botola dell’indifferenza. Fatti, tuttavia. In anni di studio intensissimo si preparò ad imparare tutte le arti e tutte le scienze, in un lavoro gigantesco.  Principi, formule, leggi, fenomeni furono assimilati nella Biblioteca di New York, al British Museum e grazie ad un' enorme corrispondenza con le più grandi biblioteche e librerie del mondo. Le annotazioni divennero quarantamila, ripartite in milletrecento sezioni, scritte a matita, su cartoncini in un linguaggio stenografico di sua invenzione. Fort scrisse molto a proposito di ranocchie e di pesci che cadono dal cielo e alla fine formulò la stravagante teoria del “Mare aereo dei Sargassi“,  secondo cui gli oggetti sollevati dalla superficie della terra e trasportati fino a quella zona sono trattenuti là sopra, come sospesi, fino a quando vengono scrollati giù dai temporali. Fort concepì anche la teoria del “teletrasporto” che spiegherebbe come determinati oggetti arrivino in luoghi nei quali, in condizioni normali, non dovrebbero esserci. Secondo la sua ipotesi il “teletrasporto” sarebbe una specie di meccanismo naturale per la propagazione di specie animali e le cadute anomale erano dovute al malfunzionamento di questo meccanismo. Per la loro tradizionale “forma mentis” gli scienziati ufficiali tendono a respingere le storie di strani oggetti che cadono, liquidandole come burle o vere e proprie falsità. E se qualche scienziato ortodosso se ne occupa seriamente, di solito tira in ballo condizioni atmosferiche eccezionali, come le trombe d’aria che, come è noto, possono sollevare e far ricadere anche animali grossi come buoi. Ma questa è una spiegazione tutt’altro che esauriente, visto che spesso vengono segnalate cadute di oggetti insoliti in giornate del tutto serene. E nemmeno le trombe marine, che secondo gli scienziati solleverebbero animali marini e li farebbero precipitare sulla terraferma, chiariscono questi eventi. Queste, infatti, in genere non riescono ad arrivare molto all’interno della terraferma per scaricare pesce fresco sulle pianure; per lo meno non è mai stato rilevato un caso simile. La verità è che piogge di rane e di pesci si sono verificate sempre nel corso dei secoli e sono state puntualmente registrate. Fort annotò una casistica infinita di eventi strani. Citiamone solo alcuni. Pioggia rossa su Blankenberg il 2 novembre 1819, pioggia di fango in Tasmania il 14 novembre 1902, sfere di fuoco, impronte di un animale favoloso nel Devonshire, dischi volanti, impronte di ventose su montagne, macchine nel cielo, capricci di comete, strane sparizioni, cataclismi inspiegabili, iscrizioni su meteoriti, neve nera, lune blu, soli verdi, temporali di sangue. Inoltre esseri alati a ottomila metri nel cielo di Palermo il 30 novembre 1880, ruote luminose nel mare, piogge di zolfo, di carne, resti di giganti in Scozia, bare di piccoli esseri venuti da altrove fra le rocce di Edinburgo, pietre cadute in una stanza senza aver bucato il soffitto e con le finestre chiuse, asce di pietra che si abbatterono su Sumatra….etc. La conoscenza scientifica, diceva, non è oggettiva. Si respinge una quantità di fatti perché disturberebbero i ragionamenti prestabiliti. Viviamo in un regime di inquisizione in cui l’arma più frequentemente impiegata contro la realtà non conformista è il disprezzo accompagnato dallo scherno. In tali condizioni, sosteneva, la conoscenza non era altro che “ignoranza circondata dal riso”. Il fatto che possano esistere nell’Universo immensi campi dell’Ignoto turba sgradevolmente gli uomini. Ma dobbiamo dubitare di tutto, salvo che dei fatti. Dei fatti non scelti, così come si presentano, nobili o no, bastardi o puri, coi loro cortei di bizzarrie e le loro concomitanze incongrue. Non respingere nulla del reale perché una scienza futura scoprirà relazioni sconosciute tra i fatti che ci sembrano senza rapporto. “Io mi sento come un tafano” diceva “che irrita il cuoio della conoscenza per impedirle di dormire.” Non vuole una scienza esclusionista che rifiuta il reale solo perché è fantastico. La scienza isola i fenomeni e le cose per osservarli. La grande idea di Fort è che niente è isolabile. Ogni cosa isolata cessa di esistere. E la maggior parte delle cose vive in stati intermedi. Ad esempio tra il vivere e il morire ci sono altre fasi, come in cui un individuo non vive ma semplicemente si impedisce di morire. Lo studioso concepisce le cose come occupanti dei gradi, delle tappe nel percorso di conoscenza di un fenomeno. Non dobbiamo scegliere un fatto perché lascia tranquilla la ragione, ma considerare anche i fatti inquietanti perché sono tutti sfaccettature di non stesso accadimento. Non sono importanti solo gli avvenimenti, ma soprattutto i rapporti fra di loro. C’è un’ unità che sta sotto a tutte le cose e a tutti i fenomeni. Ma Charles Fort non è un ingenuo. Non crede a tutto. Nella sua ricerca sistematica sui fatti respinti si sforza di verificarli uno per uno con informazioni attinte a fonti diverse.    Questo lavoro enciclopedico si concretizza con la sua prima opera, “Il Libro dei Dannati”, pubblicato a New York nel 1919 che produce una rivoluzione negli ambienti intellettuali.  Successivamente, nel 1923, pubblicò “Terre nuove”. Dopo la sua morte apparvero nel 1931 “Lo!” e “Talenti selvaggi” nel 1932. Le doti di Charles Fort affascinarono un gruppo di scrittori americani che decisero di continuare, in suo onore, l’attacco che egli aveva sferrato contro gli onnipotenti sacerdoti del nuovo dio: la Scienza, e contro tutte le forme di dogma. Con questo intento fu fondata la Società Charles Fort, il 26 gennaio 1931. Le innumerevoli annotazioni che egli aveva raccolto nelle biblioteche di tutto il mondo, usufruendo di una corrispondenza internazionale, furono da questa ereditate alla sua morte. Essi costituiscono oggi il nucleo degli archivi della società che si arricchiscono ogni giorno grazie al contributo dei membri di quarantanove paesi, senza contare gli Stati Uniti, l’Alaska e le isole Hawaii. La società pubblica una rivista trimestrale “Doubt” (il Dubbio). Fort è stato un maestro, un precursore di tutti coloro che successivamente si sono occupati di tematiche misteriose ( ufologia, parapsicologia etc.). Per questo, pur essendo stato un personaggio importante del suo tempo, e’ un qualcosa fuori dal tempo e valido per tutti i tempi. Molti dei fatti da lui citati continuano ad accadere oggigiorno anche se spesso ignorati o derisi dai giornali e dalla televisione. L’insegnamento che bisogna trarre dai suoi scritti è che dobbiamo continuamente pensare, chiedere, chiedersi, indagare sui fenomeni, non accontentandoci delle soluzioni, spesso di comodo, che ci vengono fornite. Anche il suo rigore scientifico va preso da esempio. Nessuno lo dice ma la grande maggioranza delle sue informazioni “anomale” le ha ricavate dagli stessi testi e pubblicazioni accademiche che poi frettolosamente la Scienza ha messo nel dimenticatoio. Ricordiamoci di ciò che disse una volta Charles Fort: “la verità è spesso molto più strana della fantasia”.  

venerdì 21 ottobre 2011

Armi Psicotroniche e Bio-ingegneria

"Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia."

Arthur Charles Clarke

Non aggiungerò commenti; vi invito solo a visionare, o meglio ascoltare questi due video tratti da una conferenza sulle armi psicotroniche. Convincetevi che sia solo fantascienza non risolverà il quesito; dopotutto, nel 1920 le videochiamate erano solo pura fantasia.

Buona visione.


Riflettiamo.

mercoledì 19 ottobre 2011

Saw con i supereroi...?

Prendete il solito cliché del supercattivo che tiene in ostaggio degli onesti cittadini costringendo il supertizio di turno a superare una serie di prove assurde nel tentativo di liberarli. Trasportatelo nel mondo reale, con gente che vestita da supereroe sembra un po' ridicola, metteteci uno Zio Sam pazzoide, il papà di Dexter e un pò di musica "trishte" che fa tanto film da festival di cinema indipendente.
Mescolate il tutto e avrete VS, o almeno il trailer di VS, e sì, è un film da festival di cinema indipendente.
In molti siti è già stato definito un "Saw con i supereroi", ma sinceramente io non vedo tutte queste somiglianze e io i Saw li ho visti, tipo, solo il primo, poi sono rimasto scandalizzato dalla mancanza di coerenza e continuity della pellicola, cioè Cary Elwes, che ha battuto in arguzia il genio criminale Vizzini, non può farsi fregare in quella maniera lì, dai...
Comunque, trailer qua sotto.


giovedì 13 ottobre 2011

martedì 11 ottobre 2011

E se Steve Jobs fosse nato a Napoli?

Siamo in un paese dove tutto appare "difficile"! 
Tutte le idee e le migliori volontà  tendono a spegnersi nella disattenzione e nell'ignoranza che c'invade tutt'intorno. Che cosa accadrebbe quindi se uno dei grandi uomini ( e donne s'intende) della storia di questi ultimi decenni nascesse nel bel paese? Come si svilupperebbero gli eventi se il mondo o il fato lo avesse scagliato dritto nel paese dove tutto tende a complicarsi e sopratutto dove i giovani tendono ad avere sempre meno spazio per sognare il proprio futuro? 
Divertissement del blogger Antonio Menna: «Burocrazia, invidie e camorra, la Apple qui non sarebbe mai sorta»

Cosa c'entra con la fantasia? Molto, dato che si tratta di un'atto fantasioso di simulazione socio-politica o fanta-sociologica, una sorta di interessante retroingegneria di ingranaggi del fato posizionati in un contesto differente, E SEPPUR SI TRATTI DI SIMULAZIONE, si dimostra come profonda sia la voragine che nel nostro paese inghiotte quei geni che porterebbero con orgoglio il nome del nostro paese in giro per il mondo.


Buona lettura.


NAPOLI - Se Steve Jobs, guru dell'elettronica scomparso la settimana scorsa, fosse nato a Napoli? Beh, forse sarebbe diventato ugualmente un maestro del settore, con un pizzico (?) di fatica in più. Oppure, niente: condannato alla disoccupazione eterna o a fare un altro mestiere. A riscrivere la storia del fondatore della Apple in salsa partenopeo è il blogger Antonio Menna. Che sul suo blog immagina che Jobs si chiami «Stefano Lavori» (la traduzione letterale del nome in italiano). Steve-Stefano, scrive Menna, «ha un amico che si chiama Stefano Vozzini», un probabile alter ego di Bill Gates. Ai due smanettoni viene un'idea geniale: un computer innovativo ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. «Si mettono nel garage - si legge nel racconto di Menna - e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi. Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare».

IN BANCA - «Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale».

ARRIVANO I VIGILI: MULTA SALATISSIMA- «I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”. I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto».

LE MAZZETTE - Menna a questo punto descrive la trafila che lo Steve Jobs e il Bill Gates napoletani sono costretti a subire, mazzetta dopo mazzetta, per tenere buoni i «controllori» della legalità. Finanza, ispettorato del Lavoro, ufficio Igiene.
Antonio Menna
Antonio Menna

DAL COMMERCIALISTA - I soldi in cassa finiscono. Però il computer piace, i primi acquirenti chiamano entusiasti. Ma dove prendere i soldi? «Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista a Napoli che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete un'idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi (...) Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”».

IL PIZZO LA CAMORRA - I due, scoraggiati, decidono comunque di andare avanti. Chiedono soldi pure ai genitori. «All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare. Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”. Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro. Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”. I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti».

LA TRISTE MORALE FINALE - Morale della storia, secondo il blogger: «La Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più».

domenica 9 ottobre 2011

Pronta la caccia ai pre-criminali

Gli Stati Uniti sono pronti a introdurre il concetto di pre-crimininale nella lotta senza confine per la sicurezza pubblica. Non ci sono ancora arrivati, ma la tecnologia è già stata testata su alcuni volontari, sottoposti a uno screening per capire se potessero avere intenzione di fare qualcosa di male. In pratica, Minority Report non era un film di fantascienza, ma prevedeva uno scenario forse non troppo lontano. Avevo già parlato della volontà degli Stati Uniti di controllare le persone attraverso social network e affini in un'intervista a Barrett Brown, ex portavoce di Anonymous e una sorta di nuovo Assange. Ecco però cosa stanno progettando ora oltre oceano. In sostanza, come racconta Cnet che ha avuto in esclusiva un documento della Homeland Security, l'obiettivo apparente è quello di introdurre una tecnologia in grado di predire se siamo nello stato d'animo di compiere azioni criminali semplicemente scansionandoci come già oggi avviene all'aeroporto. Il test portato avanti dal dipartimento di Sicurezza si è svolto raccogliendo video, audio e misurazioni psico-fisiologiche dai dipendente in maniera non intrusiva.
Il progetto si chiama FAST, acronimo di Future Attribute Screening Technology e sul sito dell'Epic (Electronic Privacy Information Center) puoi approfondire il tema. In sostanza, per predire le volontà criminali vengono prese in considerazione, fra le altre cose, movimenti del corpo, cambi di tono e ritmo della voce, movimenti degli occhi, cambiamenti di temperatura corporea e modello di respirazione, battito degli occhi e cambio di colore delle pupille, oltre a età e lavoro del soggetto preso in esame.
Un test su larga scala è stato già compiuto in una strada di una sconosciuta città americana, paragonabile a un aeroporto. Il sistema non avrebbe archiviato dati sensibili degli scansionati, benché in grado di farlo.
tratto da http://comunitadigitali.blogosfere.it

mercoledì 28 settembre 2011

La storia della maschera di Guy Fawkes

Resa popolare dal film "V for Vendetta", è stata rilanciata dagli hacker di Anonymous, che ora stanno facendo guadagnare a Time Warner fior di quattrini.

 La maschera più venduta sul sito Amazon.com è quella di Guy Fawkes, racconta il New York Times. La riproduzione del volto del cospiratore inglese del 17esimo secolo, indossata dal protagonista del film “V per vendetta”, batte Batman, Harry Potter e Darth Vader. E questo anche col concorso del gruppo di hacker di “Anonymous“, di recente popolarità per i molti attacchi a corporations e istituzioni online, che ne ha fatto un simbolo della sua “lotta contro il potere”. «Abbiamo venduto 100.000 maschere in un anno: è la miglior vendita di sempre», ha riferito Howard Beige, vicepresidente della “Rubie’s Costume”, l’azienda di New York che distribuisce la maschera prodotta in Messico e in Cina e venduta a sei dollari.

«Le altre maschere più vendute arrivano ai 5000 articoli l’anno. All’inizio non riuscivo a spiegarmi questo improvviso aumento delle vendite e pensavo semplicemente che alla gente piacesse molto il film. Ma un giorno ho visto una fotografia delle proteste del gruppo Anonymous davanti alla chiesa di Scientology»
Time Warner, una delle più grandi società editoriali americane, è la proprietaria dei diritti dell’immagine e incassa una percentuale su ogni maschera venduta. L’anno scorso Guy Fawkes ha fruttato quindi alla Time Warner sonori guadagni. Ma oltre alla bizzarra contraddizione di un gruppo anarchico e sovversivo che aumenta i guadagni di una grande corporation, il successo della maschera di Guy Fawkes racconta anche il caso dello straordinario e prolungato successo del film che la produsse e del fumetto a cui era ispirato.
Guy Fawkes, quello originale, era membro di un gruppo di cospiratori cattolici inglesi che nel 1605 tentarono di far saltare in aria il re Giacomo I d’Inghilterra con tutti i membri del Parlamento inglese. Il complotto venne scoperto da un soldato del re, Thomas Knyvet.  Da allora nel Regno Unito e in Nuova Zelanda il 5 novembre di ogni anno si festeggia il fallimento dell’attentato con la “Guy Fawkes Night” e i bambini bruciano in un falò un pupazzetto dell’attentatore.
La maschera, prima di diventare un segno distintivo di Anonymous (ma anche di molte altre iniziative di protesta, ed è stata vista pure durante le rivolte nordafricane), non era molto conosciuta negli Stati Uniti se non per un esteso manipolo di fans del film del 2006 “V per vendetta” tratto dalla serie a fumetti scritta da Alan Moore e illustrata da David Lloyd negli anni Ottanta. La storia è ambientata in una Gran Bretagna futuristica, governata da un regime totalitario. Un misterioso uomo mascherato, che si fa chiamare semplicemente V, tenta di distruggere il regime, progettando un attentato con un treno carico di esplosivo al parlamento inglese. Il fumetto gode di gran culto dal tempo della sua prima pubblicazione, culto amplificato dal film con i suoi contenuti sovversivi e romantici di gran presa presso il pubblico giovane o rimasto giovane. Oltre che dalla spettacolare creatività della storia.
La maschera di Guy Fawkes venne utilizzata dal gruppo di Anonymous per la prima volta nel 2008, quando centinaia di membri decisero di scendere in strada per denunciare gli abusi della Chiesa di Scientology. Gli hacker rimasero in silenzio, a centinaia, mascherati da Guy Fawkes: lo stesso Alan Moore si disse fiero che avessero usato la maschera.

lunedì 26 settembre 2011

Addio a Sergio Bonelli, re del fumetto che ha fatto sognare tre generazioni

L'editore milanese si è spento all'età di 80 anni. Figlio dell'inventore di Tex, Bonelli ha saputo regalare personaggi-simbolo come Dylan Dog e Nathan Never. Formule editoriali innovative e poche tecnologie

 Leggi la notizia e non ci puoi credere: Sergio Bonelli è morto. Aveva 80 anni e il fumetto italiano sulle spalle, un peso che portava con la naturalezza di uno che si divertiva ancora a creare nuovi personaggi, nuove formule, nuove avventure, pur presentandosi come il più conservatore e nostalgico dei protagonisti del fumetto. Non basterebbe un’enciclopedia per raccontare quanto la cultura italiana deve a questo milanese generoso, figlio d’arte con un cognome ingombrante, quello di Gianluigi Bonelli, l’inventore di Tex, senza velleità di protagonismo è diventato un operaio della creatività. Si è inventato serie che hanno fatto epoca, come Mister No e Zagor, rigorosamente con lo pseudonimo di Guido Nolitta perché temeva i confronti dei lettori tra i due Bonelli. Poi ha lasciato un po’ a malincuore le sceneggiature, ma non i viaggi nell’amata Amazzonia in cerca di ispirazione, per diventare editore a tempo pieno. E che editore: è riuscito in un’impresa all’apparenza incredibile, far sopravvivere il fumetto popolare in stile anni Sessanta all’invecchiamento dei suoi lettori.

All’apparenza, ma solo all’apparenza, Sergio era un editore preistorico: la Bonelli è l’unica casa editrice che non ha un vero sito internet, che sull’I-Pad non esiste, che non ha newsletter e neppure una e-mail per i lettori, nonostante anni di richieste è tuttora impossibile abbonarsi via posta alle testate della casa editrice. Perché Bonelli non voleva banalizzare il rapporto con il suo pubblico: rispondeva a tutte le lettere (quelle di carta) personalmente, si fermava delle mezz’ore, alle fiere del fumetto, a discutere con perfetti sconosciuti dell’angolatura di un colpo di pistola di Kit Carson o delle polemiche – per lui dolentissime – che i benpensanti scatenavano ogni volta che Tex si accendeva una libidinosa sigaretta dopo una sparatoria o che scazzottava un sicario cinese dandogli del “muso giallo”.


Eppure Bonelli ha saputo essere il più grande editore di tutti. Per due ragioni: ha dato a ogni generazione il suo sogno di carta e ha innovato le formule editoriali con il coraggio e la potenza di fuoco che nessuno, in Italia, ha mai potuto avere. Ai figli degli anni Settanta ha regalato Dylan Dog, che con Tiziano Sclavi ha raccontato i disagi del decennio edonista di Craxi e di Reagan, ai ragazzi cresciuti negli anni Novanta ha permesso di evadere con la fantascienza di Nathan Never, per i più seriosi c’è sempre stato Martin Mystere e negli anni Duemila ha sperimentato la formula delle miniserie. Supereroi a termine, cicli editoriali di 12-18 numeri in cui un personaggio racconta un universo, anticipando anche qui – con discrezione e senza celebrazioni – le logiche alla base del successo di Lost e di tutti gli ultimi serial americani. Basti ricordare Volto Nascosto, sugli italiani in Libia a cura di Gianfranco Manfredi, che già aveva avuto successo ibridando Tex e Dylan Dog nel western horror Magico Vento. O il primo fumetto pensato per conquistare il pubblico femminile, Julia, di Giancarlo Berardi.

Oggi il mondo del fumetto è in lutto, ma non solo quello. Tutti coloro che hanno tenuto in mano uno di quegli albetti quadrati, economici, curatissimi in tutti i dettagli (ci avete mai trovato un refuso?), che hanno allietato viaggi in treno, code alle poste o serate in poltrona, piangono la fine di una stagione della loro vita. Quella in cui Sergio Bonelli, con il suo look a metà tra il fazendero argentino e il possidente texano, si alzava ogni mattina chiedendosi come farli sognare.

tratto da ilfattoquotidiano

mercoledì 21 settembre 2011

il 3D è morto. Chi l'ha ucciso?

Fino all'estate del 2010, il 3D era visto come la soluzione a tutti i problemi: gli incassi in caduta libera, la pirateria, la visione a casa dei film. Il 3D poteva risolvere tutto in grande stile, dicevano gli executive delle case di produzione grandi e piccole. C'erano stati grandi blockbuster: Avatar ovviamente, Alice in Wonderland, Dragon trainer, Scontro di Titani, Shrek 4 e Toy Story 3, mezza dozzina di titoli che solo negli Stati Uniti avevano incassato due miliardi di dollari.

Eppure, finita l'estate, il futuro del cinema appariva già instabile. I guadagni dei film in 3D erano diventati deludenti, il revival aveva bisogno di essere riportato in vita. Secondo un'analisi di Slate, il paziente ha già la linea piatta. Il margine di profitto del 3D ha cominciato a scivolare fin dal suo debutto (o ritorno se preferite) pochi anni fa e in tempi recenti molti film non sono riusciti a sfondare malgrado l'uso della terza dimensione.

Ora si può dire che il formato è in pericolo. Anche il New York Times ha riportato uno studio economico al riguardo, facendo notare come le azioni della Dreamworks siano crollate e questo non molto tempo dopo che il suo boss, Jeffrey Katzenberg, aveva fatto notare che la gente si stava disinteressando al formato.

Avete presente il marchio RealD, quello che avete visto sugli occhialini distribuiti nei cinema? Il valore delle azioni è sceso del 70% a partire da maggio di quest'anno. Slate cita Grace Kelly in Delitto perfetto quando dice "chiunque può dire che è morto, basta guardare quegli occhi spalancati". Il film di Hitchcock era stato l'ultimo grido del 3D nel lontano 1954, dopodiché era caduto nell'oblio senza tante cerimonie. Ora, il suo destino è di seguire le sue stesse orme.

Ma chi è il colpevole? Se guardiamo i dati dei film negli anni precedenti, relativamente agli incassi 2D-3D, scopriamo che ad esempio Avatar aveva incassato 15.600 dollari per ogni cinema che lo proiettava in 2D e 26.800 per ogni proiezione in 3D. I proprietari dei cinema che aveva aggiornato la loro tecnologia avevano visto crescere gli introiti del 70%, ovvero 11.000 dollari. Malgrado l'hype di Avatar, non si possono considerare grandi cifre, soprattutto quando si considera che nel biennio 2009-2010 tutti i film in 3D guadagnavano dal 50 al 100% in più della loro versione 2D: film come Mostri contro alieni e Final destination hanno visto raddoppiare i loro incassi grazie agli occhialini.

Il primo segnale di allarme arriva il 18 giugno 2010: Toy Story 3 incassa 110 milioni di dollari nel primo week end, ma il contributo dato dal 3D e minimo: circa il 5% in meno rispetto alla visione in 2D. Sei settimane dopo, Cani e gatti: la vendetta di Kitty parte con un incasso di 12,3 milioni di dollari e il 2D vince del 10% sul 3D. Gli incassi stellari erano spariti entro la fine dell'estate.

E le cose peggiorarono: le case di produzione lanciarono due dozzine di film in 3D, ma se si escludono Resident Evil: Afterlife e Tron: Legacy, nessuno degli altri ottenne benifici dalla terza dimensione. Harry Potter, Kung-fu Panda 2, Green Lantern, Captain America, hanno visto il 2D vincere con il 65% in più di incassi rispetto alla versione con gli occhialini. In altri termini, la versione 3D incassava solo un terzo del totale.


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Nella foto qui a fianco potete vedere il grafico degli incassi dal 2009 a oggi, la discesa era cominciata l'estate scorsa ed è andata peggiorando.
Allora, chi sono i colpevoli?

1 — L'avidità delle sale cinematografiche: nella primavera del 2010 il Wall Street Journal riportava che le maggiori catene cinematografiche avevano alzato i loro prezzi del 20%, nel tentativo di gonfiare ancora di più la bolla creata da Avatar e Alice in Wonderland. Lo studio di consulenza PricewaterhouseCoopers avvertì il mondo del cinema che le sale cinematografiche stavano facendo lievitare i costi un po' troppo: "le sale cinematografiche rischiano di uccidere la gallina dalle uova d'oro, gonfiando i costi e facendo strapagare il 3D". Citando un sondaggio, il pubblico aveva risposto che il 3D non valeva quei quattro dollari in più sul prezzo del biglietto.


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Si nota un evidente declino negli incassi del 3D prima e dopo l'esplosione incontrollata dei prezzi: i dieci film usciti nelle sale nel periodo precedente videro un incremento del 67%, i dieci film seguenti l'aumento dei costi, solo il 27%. Ma la discesa era cominciata fin da prima.

2 — L'avidità delle case di produzione. Se chiedete ai più ferventi contrari al 3D quale sia il problema, vi risponderà in un solo modo: la conversione da 2D. James Cameron aveva detto: "Ci aggiungono solo uno strato sopra, per puro profitto". Dal suo punto di vista, il vero 3D si vendeva da solo, mentre le conversioni hanno ucciso il mercato. E purtroppo, le conversioni, ovvero il finto 3D, sono in aumento, il che spiega il generale peggioramento della situazione.

Ma non va sottovaluto il terzo colpevole:
3 — Il pubblico. Gli spettatori possono aver ucciso il 3D con l'indifferenza? Per molti, tutto si riduce a un giochetto che fa venire il mal di testa. Senza contare quelli che proprio non riescono a vedere l'effetto: il 10% della popolazione Usa non vede il 3D. Se i primi film si giocavano la carta dell'oggetto che esce dallo schermo, più di recente si ricercava l'atmosfera, raramente uscendo dal rettangolo dello schermo. Il critico A.O. Scott ha lo ha definito il paradosso del 3D: se l'effetto è così poco invasivo che nemmeno lo noto, allora posso anche fare a meno degli occhialini e del sovrapprezzo. Il vicepresidente della Paramount ha spiegato la situazione in poche parole, quando ha detto al Times che gli spettatori erano stanchi di sedersi in un cinema e chiedersi "aspetta, questo film è in 3D o no?". Forse ha avuto ragione il critico Roger Ebert quando ha detto "il 3D non ha valore a prescindere. O è troppo invasivo o non lo si nota affatto e l'unico risultato e mettere in evidenza sui mercati internazionali i nostri prodotti più imbarazzanti".

Ma manca ancora un colpevole:

4 — Pessimi filmmaker. Registi e sceneggiatori sono gli ultimi sospetti nel nostro caso di omicidio tecnologico: pessime sceneggiature, pessime recitazioni, regia piatta, hanno danneggiato il 3D in modo irreparabile. Gli spettatori lo hanno capito: se i film di quest'anno sono pessimi come quelli dell'anno scorso, freghiamocene del 3D.

Di cosa è morto il 3D? Un attacco di setticemia, ovvero troppe schifezze nel sistema.

tratto da www.fantascienza.com
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